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Cento anni fa ( 1909 ) ...

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La morte di Voltaire.

È noto che Voltaire - accolto a Parigi il 10 febbraio 1778 con tutti gli onori e con tutti gli entusiasmi - vi moriva qualche settimana più tardi quasi abbandonato, dopo un' agonia terribile. Sulle circostanze della morte del patriarca di Ferney - annunzia il Journal de Genéve - viene pubblicato ora, da Federico Lachevre, in un numero limitato di copie, un manoscritto inedito, che contiene un' inchiesta completa, fatta nel 1778 da un personaggio che fu in rapporti con l'abate Gaultier, col chirurgo Try e con le infermiere Roger e Bardy. Il 25 febbraio, mentre Voltaire assisteva ad una prova di Irene, la sua ultima tragedia, ebbe uno sbocco di sangue. Ricondotto in casa di madame Denis, sua nipote ed erede, Voltaire vide la sua camera riempirsi di curiosi e di oziosi. Si credeva che il filosofo morisse e non si voleva perdere lo spettacolo. Invano il Tronchin lo supplicò di sottrarsi alla vita febbrile di Parigi e di tornare a Ferney. Sua nipote, la quale, giacché lo teneva tra le sue mani, non voleva lasciarlo sfuggire - anche perché temeva un mutamento nelle disposizioni testamentarie - si oppose: e Voltaire, ubriacato dall'incenso della popolarità, rimase. La malattia si aggravò rapidamente; e mentre la folla immaginava il filosofo circondato da ogni cura, accarezzato da tutti quelli che facevano professione d' adorarlo; mentre gli eleganti si affollavano nella casa per farsi vedere, il vecchio Voltaire, relegato in una camera stretta, in fondo a un cortile, agonizzava contorcendosi tra le più atroci sofferenze, male assistito da infermiere indifferenti. La Roger era stata collocata al suo capezzale perché raccogliesse le bestemmie e le eresie dell' agonizzante e servisse di testimonio qualora la famiglia avesse voluto i funerali religiosi. Intanto Voltaire era costretto ad alzarsi per fare i bagni freddi da solo, senza assistenza. Le sue sofferenze atroci gli strappavano delle grida disperate: si sentiva bruciare, gli sembrava che un fuoco interno gli bruciasse i visceri: chiedeva « uno stagno di ghiaccio». si contorceva nudo sul letto non potendo sopportare neppure un lenzuolo. Qualche volta fu sorpreso con le mani giunte, gli occhi levati al cielo, immerso in una meditazione profonda; quando s'accorgeva di essere visto si scuoteva, s' inferociva, aveva delle convulsioni...

Il trono dello scultore Cadorin per papa Pio X.

Lo scultore Cadorin, autore del trono d'oro offerto dai veneti a Pio X, ha riferito ad un redattore del Gazzettino le impressioni del Pontefice dinanzi al dono magnifico. Per la visita del capolavoro artistico il Papa aveva fissato un' udienza speciale nella Sala del Concistoro. Pio X sali sul trono e si fece spiegare i dettagli dell' opera artistica. Poscia fece le sue vive congratulazioni al Cadorin parlando sempre in dialetto veneziano. - L' efeto xe straordinario - esclamò. - Ma se podaria imaginar una cosa più bela? Apprezzò quindi grandemente i ricami fatti dalle suore del Pianto, le stoffe del baldacchino, ed i cuscini, poi soggiunse; - I veneziani xe sempre gran signori. Mentre il Papa parlava cordialmente col Cadorin, entrò nella sala concistoriale mons. Buso, il vecchio arciprete di Chirignago. - Oh! chi se vede - disse il Papa sorridendo. - Son vegnuto per l'ultima volta, Santità a basarghe la man - disse l'arciprete. E il Papa: - Va là, va là: ti disi sempre cussì, ma ti xe sempre in gambe. L' arciprete di Chirignano replicò: - I xe ormai 86 sonai! Ed il Papa: - No importa! Ghe xe là uno che ghe n'à 90; e pur el se trassina col baston e sempre alegro. Pio X continuo poi lietamente a conversare con tutti i presenti. Da una finestra della sala indicò il nuovo palazzo destinato agli impiegati del Vaticano e che sorge nell' interno dei giardini, poi soggiunse: - Bisogna far fronte a la crisi dele case. I stampa: case, case, case! e per quest go pensà de fabricar...

Dal periodico L'Addolorata, Firenze, maggio 1909 ...