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Passi brevi nel Seicento

 

L'insolito lume nel cielo.

Oggi i mezzi di comunicazione fanno spesso del «catastrofismo» dissertando di comete e di asteroidi che vagano nel sistema solare e che, se di grosse dimensioni, potrebbero oltrepassare l'atmosfera e causare gravi danni alla terra. A volte avviene come scriveva Jonathan Swift († 1745), nei Viaggi di Gulliver: [Le persone ] si gettano in queste stesse conversazioni con la stessa mentalità dei ragazzi che stanno a sentire avidamente storie terrificanti di spiriti e di folletti e poi non osano più andare a letto per la paura.

A rasserenare la mente e a cacciare i terribili sogni di massi che cadono sulle nostre città troviamo però la poesia di S. Francesco:

Laudato si', mi' Signore per sora luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretïose et belle ...

o di Dante, che alla fine dell'Inferno, per un pertugio ammira il cielo:

tanto ch'i' vidi delle cose belle / che porta 'l ciel, per un pertugio tondo; / e quindi uscimmo a riveder le stelle.

Ma sugli imprevisti celesti e su come erano vissuti nel passato troviamo anche le testimonianze dei Servi di Maria:

1603, 23 gennaio: si è compita la Cella de' massi del b. Alessio, intitolata a S. Alessio confessore, e la notte, a due ore e mezzo circa, si vede da molti sopra l'Eremo un gran rossore come di sangue in aria che illumina tutto il Monte per un'ora e mezzo.

E in quella copiosa fonte di informazioni che sono le Ricordanze della SS. Annunziata:

Adì 31 d.° [marzo 1676]. A' un hora, e mezza di notte del d.° dì apparve un insolito lume per tutta la Toscana, e in molti altri luoghi d'Italia. Novità che diede argomento di varij discorsi agli Astrologi.

In quest’ultimo brano il cronista, oltre a non fare commenti, dimostra un po’ d’ironia verso gli astrologi (che poi all’epoca forse sono anche gli astronomi). Non tutti quindi nel passato, prima dell'arrivo dei secoli «della ragione» (dal Settecento in poi), quando il cielo si modificava improvvisamente, venivano presi dal terrore, come si trova scritto in vari libri. Anzi, anche allora doveva vigere una certa relatività nei comportamenti per cui questi fatti erano visti con i soliti stupore, inquietudine, indifferenza, o ... amore per il creato ...

 

L’orto e il giardino della SS. Annunziata.

L’orto della SS. Annunziata si trova ricordato in vari documenti sino dai tempi antichi di Cafaggio. Era coltivato da un laico a insalata, cipolle, porri, cavoli, biete, legumi e altro. Nel Cinquecento faceva parte di un esteso giardino ornato di begli alberi di alto fusto. Aveva inoltre una sua cappellina, e, a decoro, alcune statue e due pitture sul muro di Andrea del Sarto rappresentanti i vignaioli e il Divino Fattore. I chiostri, quello dei morti e quello di clausura invece erano più spogli, anche se nell'ultimo si trovava un bel cipresso (v. fotografia).

Nel Seicento abbiamo due ricordanze sul taglio proprio di alcuni cipressi, fatto con due diverse motivazioni.

7 gennaio 1605. Ricordo come per decreto de' R.di Padri Discreti si tirò a terra un Cipresso posto nel mezzo del nostro Chiostro della Clausura, pianta tanto bella per la dirittura altezza e grossessa e per l'antichità che a comun giudizio passava dugento anni, et ciascheduno che lo vedeva fermamente affermava non haver visto in parte alcuna una più bella, ma però ché l'anno 1600 un gruppo di vento fiaccò un ramo di smisurata grandezza, e questo anno pochi giorni addietro, il vento similmente ne roppe un altro simile, come ancora fece rovinare quaranta braccia di muro del nostro orto in circa, dalla destra parte in capo all'orto, onde essendo questa pianta divenuta difforme si fece atterrare e mettere in quel luogo quello che da Padri si giudicherà esser meglio.

31 gennaio 1639. Ricordo come il d. dì i Padri Discreti determinarono che ritagliassero i due Cipressi dell'orto che erano dalle Pitture d'Andrea del Sarto, e che se ne facessero dell'Asse per rifare i gradini della Sagrestia dalla parte destra che hormai erano consumati, e con tale ovazione il Padre Priore disse di voler far mettere alcune asse alle Tavole del Refettorio, acciò non si vedessero le Cassette, le quali certo offendevano gli occhi de' riguardanti.

Nel primo testo si vede come i padri avessero a cuore bellezza e ordine anche in un luogo celato al pubblico come il chiostro di clausura: pertanto il cipresso plurisecolare ma difforme doveva essere abbattutto.

Nel secondo, a Seicento più inoltrato e in fondo più austero e mirato all'insegnamento cristiano più che alla cura del bello, si vogliono forse rendere più visibili le pitture educative di Andrea del Sarto e dare un bell'aspetto alla Sagrestia e alle tavole del refettorio, per non motivare quelle osservazioni di trascuratezza, allora così umilianti per un ordine religioso.

 

Critiche al Giambologna.

Chi osserva attentamente le opere d'arte, avrà notato (lo abbiamo già scritto) che alcuni dipinti seicenteschi di avvenimenti pubblici quali la posa di una prima pietra e una pittura importante della Madonna siano pieni di personaggi, che interpretano il costume del tempo di ritrovarsi a commentare «un» fatto. Il popolo - come si diceva allora - era consapevole di avere gusto e di vivere in una bella capitale e pertanto si riteneva in diritto di approvare o meno il lavoro dell'artista e le scelte di un committente, procurando a entrambi onore o a volte disonore. È un esempio la ricordanza sull'installazione in Piazza della SS. Annunziata del monumento equestre a Ferdinando I.

A dì 4 d'ottobre [1608]. Ricordo come hoggi questo dì d.° fu eretta su la nostra Piazza la Statua del Ser.mo e glorioso Principe Don Ferdinando Medici Gran Duca di Toscana opera dell'Ecc.mo Scultore Gio. Bologna di b.m. [era morto il 13 agosto]. Mentre si fabbricava la base di detta Statua bisbigliavano i popoli, malagevolm. sopportando, che il sodd.° Gio. Bologna havessi persuaso S.A.S.ma a fare elettioni di simil luogo per d.a Statua. Ma poiché fu vista, e la Base e la Statua accomodata nel proprio luogo, si cangiorno le mormorazioni in benedizioni, affermandosi da molti, che il luogo per d.a Statua riusciva proporzionato, e che apportava ornamento e bellezza a sì bel teatro, qual era la piazza della Sant.ma Nunziata.

 

La peste del 1630.

Il glorioso granduca Ferdinando I morì nel 1609. Il figlio Cosimo II nel 1621. Il figlio di quest'ultimo Ferdinando, nato nel 1610, regnò dapprima sotto la tutela della nonna Cristina di Lorena e della madre Maria Maddalena d'Austria che, in molti libri di divulgazione e in alcuni studi, vengono definite bigotte e dissipatrici dei beni statali e quindi una «disgrazia» per Firenze. Ma anche Ferdinando II viene giudicato dagli studiosi autori (che hanno una visione della storia mutuata dall’illuminismo) uomo limitato, di politica mediocre, di qualità inferiore ai fratelli Mattias, Giovan Carlo e Leopoldo, associati però al governo ... eccetera.

Leggendo però le Ricordanze, troviamo tali valutazioni eccessive e incomplete. In particolare durante la peste, portata in Italia dalle truppe impegnate nella Guerra dei Trent’anni, appare un comportamento del granduca «nobile» e cristiano nei confronti dei fiorentini (la cronaca del convento di questo periodo è bella e in un futuro prossimo pensiamo di trascriverla per intero ...).

Infatti - leggiamo - la quarantena iniziò il 20 gennaio 1631 e allora:

con gran spesa del Gran Duca, poiché cinquanta mila, e di passo, erano quelli che da S.A.S. erano ogni giorno notriti, e sovvenuti di pane, vino, olio, sale, legna, legumi, carne, salsiccia, cacio, brace, fascine, granate da spazzare, fichi secchi, noci, fino zolfanelli per accendere il fuoco ...

Durante la quarantena nessuno poté uscire di casa per evitare contatti e il diffondersi del morbo, salvo quelli che prendevano il sussidio, uno per casa, o per qualche altro motivo:

sotto pena del Arbitrio severo del Magistrato della Sanità, e di scomunica latae sententiae fulminata dall'Ill.mo Arcivescovo, e a lui solo riservata.

Anche i religiosi regolari (i frati), non potevano uscire dai conventi senza autorizzazione, pena la multa di duecento scudi d'oro e la sospensione a divinis.

Così si dicevono messe per le strade, si cantavono le litanie della B. Vergine, si diceva il Rosario e altre orationi ...

nelle quali furono impegnati i padri della SS. Annunziata Tito Saltini (sulla piazza sotto le logge), Silverio Massesi (in cima a via della Colonna, al muro delle monache degli Angioli e alla porta del parlatorio, luogo già dell'Accademia de Pittori), Alberto Rotilensi (dietro l'orto dei frati verso le mura della città), Agostino Medici da Bona (dietro l'orto in cima a via del Mandorlo - oggi via Giusti), Ippolito Cioni (in mezzo a via della Crocetta), Dionisio Bussotti, provinciale e teologo all'Università di Pisa (in via della Crocetta più in alto) e fra Girolamo da Firenzuola (in via del Mandorlo alla porta dei Gesuiti).

 

Fra Agostino Medici e le guerre corsare.

Merita nota tra questi padri fra Agostino Medici da Bona (Annaba, Algeria) per la sua singolare storia che il cronista del convento ricorda alla data 11 ottobre 1615, quando divenne novizio. Era stato preso fanciullino dopo uno scontro delle galere di S. Stefano contro la flotta ottomana avvenuto in Africa, a Ippona, l'antica diocesi di S. Agostino (vicino a Bona). Giudicato di buono e bello spirito venne adottato dalla granduchessa Maria Cristiana (Cristina di Lorena) ricevendo il cognome Medici ... E fu un ottimo religioso, o almeno così ci sembra di capire, se al tempo della peste fece parte di quei padri (alcuni erano degli studiosi insigni e di carriera religiosa elevata) celebranti la messa nelle tristi strade di Firenze.

La storia del p. Agostino ci fa entrare in quell’avido Seicento che attinse alle ricchezze delle colonie e del commercio marittimo anche attraverso la pirateria. Sebbene la parola evochi le gesta romanzesche dei bucanieri delle Antille, dei vascelli inglesi contro quelli spagnoli, eccetera, essa era praticata anche nelle acque più modeste di casa nostra dalle navi della flotta granducale, da quelle degli armatori privati e dalle imbarcazioni turche. Come preda i carichi dei mercantili, in parte bottino pubblico o dei capitani e degli armatori. Quella di fra Agostino pertanto non è una vicenda eccezionale e le Ricordanze riportano episodi simili. Ad esempio:

A dì 4 agosto 1675. Havendo le Galere del nostro Ser.mo Gran Duca ottenuta la vittoria nel Canale di Piombino il dì 20 luglio del presente anno, contro quelle di Biserta: delle quali restò presa la Padrona [la nave ammiraglia], e si fecero insieme con Ciriffo Moro 120 schiavi, e si liberarono 270 Christiani: questi Christiani liberati vennero in questo dì processionalmente alla nostra Chiesa, portando avanti l’Insegna ... a render grazie alla SS.ma Nunziata.

 

Fra Paziente e la SS. Annunziata.

Anche i prigionieri liberati dalle catene dei remi delle navi turche dunque fecero parte della grande e varia folla che nel Seicento sostò davanti all’immagine della Madonna per chiedere o appunto rendere grazie, e che per molto tempo trovò presso la cappella il converso fra Paziente. Così è ricordato nella cronaca del mese della morte (febbraio 1628):

... e veramente paziente di nome e di fatto, fu huomo di buoni costumi, e di vita esemplare, et in specie per molti Anni è stato custode dell’Altare e Sagrestia della SS.ma Nunziata, che per tanta assiduità diede nel Tisico, e di tal male morì.

Il testo ci parla ancora del Seicento delle malattie, in particolare di quella tubercolosi che ha continuato a funestare l’Italia fino a tutta la metà del XX secolo. Ma trascrivendolo - alla fine di questa nostra breve vista sul secolo, dalle finestre della SS. Annunziata -, abbiamo voluto onorare l’umiltà e la fedeltà di fra Paziente, pagate a così caro prezzo: esse hanno una loro grande ricompensa, là dove tutto il bene ancora vive.

 

Nota.

[Nel 1610 Galileo scoprì le prime quattro lune di Giove: Io, Europa, Ganimede e Callisto che chiamò pianeti medicei in onore di Cosimo II.

Nel 1676 (anno dell'apparizione dell'insolito lume) Ole Christensen Romer, osservando il moto dei satelliti di Giove, scoprì che la velocità della luce era finita. Fino allora si era creduto che la luce viaggiasse istantaneamente (La velocità della luce è circa 300.000 km/secondo).

Le comete pare annunciassero la fine di personaggi importanti: re, imperatori e della stessa Gerusalemme nel 69 d.C. (Giuseppe Flavio). Ma di certo, diceva Shakespeare: Quando muoiono i mendicanti non si vedono comete (Giulio Cesare, atto II, scena II, Cesare a Calpurnia)].

 

Paola Ircani Menichini, in "La SS. Annunziata", XX, luglio-agosto 2000.

 

Il terremoto nel Mugello del 1542 (dal Libro dei Partiti della SS. Annunziata).

A dì 13 di Giugno 1542.

Ricordo come q. ° dì detto venne uno terremoto quale durò per ispatio di meza hora di tale forza che rovinò e dua terzi del Castello della Scarperia con alcuni luoghi circustanti come Gagliano, S. Aghata, Barberino, Borgho, Boscho a’ Frati, Lucho, Pullicciano e Caphagiuolo e molte altre Ville del Mugello; in detta rovina morì circha di cento cinquanta persone senza li altri feriti e percossi senza numero; cosa veramente da rimettersi e da convertirsi al Signore; e di tal novità tutta Toschana sta in gran timore; venne detto terremoto circha a hore sei e mezo; e di q. ° ... pigli admirazione che è più asai che qui non è scripto [a lato: chiese 32 in numero]. A.S.F., Corp. soppr. dal governo francese, 119, 34, f. 73r (trascritto da P.I.M.).

 

... e il fiore nella guastada.

Nel 1542, a seguito del terremoto che produsse danni enormi nel Mugello e la traslazione dell’immagine della Madonna del Sasso a Firenze, vennero offerte da famiglie e monasteri molte elemosine e doni preziosi alla sacra immagine. Tra questi, le solite tovaglie, fazzoletti e mantellini che allora usavano, opera di ricamatori dalla grande pazienza e dal buon gusto (v. Pier M. Cassi, Breve Relazione dell’Oratorio della Madonna del Sasso ..., Firenze 1723, p. 16).

Un dono, a parere nostro originale, fu un Fiore in una Guastada lavorato di Seta, lo donorno le Monache delle Murate.

La guastada era il nome, oggi disusato, della caraffa panciuta dell’acqua o del vino. E dalla caraffa il fiore di seta si presentava allo sguardo se non nella vivezza dei colori (dei quali non abbiamo memoria), nella sua bella fattura di seta ricamata e attorcigliata. L’insieme doveva essere stato creato per stare solitario al centro di un tavolo; ci rivela in questo un gusto femminile di disposizione di luci e ombre, in un ambiente povero di mobilia e di oggetti di arredamento come poteva essere quello in cui vivevano le monache delle Murate, le donatrici.

La Bibbia volgare dei sec. XIV-XV riporta una parola dalla stessa origine e significato di guastada, angristara: v. Apocalisse 16, 1-2 (oggi si usa il termine coppa):

E udii una grande voce dal cielo, che diceva alli sette angeli: andate, ed effundete le sette angristare della ira di Dio in terra. E andò il primo angelo, ed effundé l’angristara sua in terra; e fu fatta una piaga crudele ...

 

Paola Ircani Menichini, "La SS. Annunziata", XXI, gennaio febbraio 2001.