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LA RIAPERTURA DEL CONVENTO DI MONTESENARIO E LA SUA RELAZIONE CON LA SS. ANNUNZIATA DI FIRENZE (1404) in 'Il Chiostro alle origini dei Servi', Firenze dicembre 2005.

 

 Nella ricerca storica nulla è scontato, nemmeno la lettura di un documento come la Dum levamus studiato da anni. E inoltre possiamo considerare quanto sia stata difficile la vita dei Servi di Maria alle origini. Ma alterne vicende, crisi e fortune hanno caratterizzato la storia dell’Ordine in tutti i secoli. E in questi fatti rientra l’«inconsueto» ripristino di Montesenario nel 1404, che ricordiamo basandoci sul nostro libro appena edito: Vita quotidiana e storia della SS. Annunziata di Firenze nella prima metà del ‘400 ... (1).

Prima di iniziare a ricordare le strette relazioni tra i due conventi nel 1404 è bene portare di nuovo alla luce alcuni concetti generali per entrare un po’ più dentro la religiosità del Medioevo e quindi del periodo che ci interessa. E per capire un poco la mentalità del tempo ci dobbiamo porre una domanda: - Che cosa era un Ordine religioso allora? Non staremo qui a dare la risposta dei dizionari (2).

Non ci interessa la definizione. Definire è un’ossessione della modernità: definire la terra, il cielo, l’anima, la mente. Definire e circoscrivere, ovviamente per controllare ... forse per non avere paura che poi è la medesima cosa. Diremo piuttosto che nel Medioevo un Ordine nella sua perfezione ideale era ordinato tra virgolette: un insieme di persone separate dal mondo, silenziose e dignitose, finalizzate alle più alte esperienze: alla preghiera, al discorrere delle cose di Dio, a far penitenza e a pensare come ottenere il premio ultraterreno della resurrezione delle anime e dei corpi. L’ideale del tempo poteva essere più o meno seguito secondo le contingenze o gli imprevisti. Ma era l’ideale. E in una società di rigide forme ed espressioni come quella del Medioevo si cercava di stare dietro il più possibile all’ideale. Ordine era anche gerarchia. Per i Servi l’autorità più alta era il padre Generale. Seguivano i priori dei conventi che però potevano essere scavalcati da un tipo particolare di frati: i teologi professori reggenti degli Studi generali di teologia. I priori provinciali invece non entravano nelle decisioni conventuali se non dal punto di vista delle elezioni dei priori e dei Generali ai capitoli. Soprattutto avevano una funzione ordinaria ispettiva, con la cosiddetta visitatione periodica. L’autorità nella sua migliore espressione non era sciocca e tirannica come a volte oggi si può pensare sull’influsso di romanzi, televisione e finzioni varie, ma responsabile e accorta, non servile o azzardata, ma prudente ... La concezione di allora era quella di migliorare se stessi in ogni cosa, e quindi sia nell’autorità che nella vita di ciascun frate. Questo perchè si comprendeva che gli uomini erano uomini e che il peccato, gli errori sarebbero sempre esistiti. Tale atteggiamento di estrema carità si ritrovava nelle Costituzioni dei Servi, allora lette di frequente e commentate. Si ascolti  quale era la colpa massima. Colpa gravissima è l’incorreggibilità di colui che non teme di ammettere le proprie colpe, ma rifiuta di portare le pene conseguenti ... sia rigettato dalla nostra convivenza ... nessuno poi possa tornare indietro, affinchè l’Ordine e la disciplina canonica non vengano irrisi quando l’abito religioso, portato da persone indegne, viene disprezzato ... (3).

 Il significato è chiaro. Nell’Ordine si comprendevano i motivi che conducevano al peccato, le cattive inclinazioni, le debolezze, le cospirazioni, le vanità, le menzogne ecc. Si aveva misericordia degli errori ma di ciascuno di essi, piccolo o grande, sciocco o elaborato che fosse, occorreva accettare la pena. Nei capitoli o davanti al priore bisognava dolersi dei peccati propri e per quelli degli altri, compresi i benefattori e i potenti. Atteggiamento di pensiero importante, conduceva alla comune armonia e alla pace verso il mondo, mentre debolezze e rancori erano come bruciati dall’aspirazione alle cose più alte ...   Dunque anche nel 1404 a S. Maria dei Servi di Firenze (cioè la SS. Annunziata), leggendo i documenti rimasti, troviamo questo ideale di portare avanti la vita comune nel suo ideale più perfetto. Gran parte di tale sentire aveva come ambito il servizio divino e la preghiera, sia come liturgia nel Santuario che come studio e commento dei testi sacri. In più si desiderava di ingrandire l’Ordine, con dei progetti di nuovi conventi e con l’umiltà che era caratteristica: non chiese doviziose e ricche, con grandi prebende e rendite ... ma chiese piccole e piccole comunità, con il sostentamento necessario e poco di più perché ciò che contava non era l’abbondanza di beni, la ricchezza della mensa, ma la ricchezza dello spirito, la refezione spirituale. La ricchezza dello spirito si cerca meglio se non si è appesantiti dagli ingombranti beni o desideri terreni. In questo periodo vivevano nel convento di Firenze circa una trentina di frati divisi gerarchicamente in maestro teologo reggente dello Studio, socio del p. Generale, priore, ufficiali superiori, semplici sacerdoti, chierici studenti, novizi e frati laici. Ciascun frate aveva la sua occupazione: maestri teologi, reggente, baccellieri e i lettori (titolari dei cosiddetti gradi accademici) si occupavano dello Studio generale, insegnavano la Bibbia e le Sentenze dei Padri della Chiesa agli studenti originari di vari conventi dell’Ordine, facevano dispute e onoravano il convento con le prediche in varie città dove erano chiamati specialmente per la Quaresima, feste patronali o altro. I frati sacerdoti invece servivano il Santuario con la celebrazione delle feste della Madonna, delle messe d’obbligo e con varie orazioni, con le confessioni di Quaresima, il culto alla gratiosa (miracolosa) Madonna Annunziata, la preghiera comune nelle ore canoniche. Nel convento erano anche ufficiali superiori: procuratore o camarlingo sotto il diretto comando del priore, soppriore (si occupava del necessario per i frati), sindaco (relazioni con gli enti pubblici), maestro dei novizi, predicatore del convento, bibliotecario e altri. C’erano nella comunità anche un buon numero di giovani frati chierici. Venivano indirizzati al sacerdozio o se intelligenti ai gradi accademici e alla laurea in teologia o incoraggiati verso certe attività a loro congeniali, come ad esempio la poesia (fra Domenico poeta), o altro. Infine i frati laici erano addetti ai lavori materiali e avevano particolari qualità gestionali soprattutto nel far rendere un podere, nel trattare con i lavoratori della terra. La disposizione dei giovani si vedeva nei primi anni di vita comunitaria. I novizi ragazzi vivevano separatamente dal resto dei frati, con vari maestri secolari (per la grammatica, la musica) e un maestro dell’Ordine che insegnava loro a sviluppare le buone qualità del carattere. Se avevano disposizione allo studio e al canto erano fatti proseguire verso il sacerdozio perché per essere sacerdoti era indispensabile il sapere cantare gli uffici divini (4).  

Questa era la gerarchia alla SS. Annunziata nel 1404. In generale veniva rispettata con tranquilla abitudine. La vita comune era sorvegliata dai frati d’autorità che erano nati nella seconda metà del Trecento. Uno di essi era il beato maestro Niccolò d’Arezzo professore reggente responsabile dello Studio di teologia. Nato ad Arezzo circa nel 1362, si era laureato a Bologna e durante la sua lunga vita di religioso (morì pare centenario nel 1462) ebbe incarichi importanti nell’Ordine. A Firenze fu noto per le sue predicazioni in cattedrale. Ad Arezzo, dove si ritirò in vecchiaia, preferendo la vita di preghiera e contemplazione, risanò miracolosamente una donna malata. La Vergine apparve sogno a questa donna di fede e le disse: Va da un uomo perfetto chiamato Niccolò, stella fulgida nell’Ordine dei Servi, e pregalo che ti guarisca. La donna fece quanto dettole e guarì. Da qui l’appellativo di beato per il nostro religioso (5).

Nel 1404 maestro Niccolò era ancora nel pieno vigore dell’età e dirigeva, come abbiamo detto, lo Studio, il cui lettore era fra Filippo degli Adimari che insegnava il corso della Bibbia. Forse anche quest’ultimo religioso era portato alla meditazione e aveva bene in mente Montesenario poiché fu qui che pare si ritirasse e concludesse la sua vita qualche tempo dopo (6).

E sempre nel 1404, prima del capitolo di Ferrara, priore del convento era fra Antonio di Giovanni detto Cancelliere perché aveva ricoperto questo incarico nella curia dell’Ordine. La sagrestia era affidata a fra Sebastiano di Ambrogio, mentre confessori e predicatori erano i frati Bartolomeo Lapini, Niccolò Bettini (quasi a riposo nel 1404) e fra Andrea di Bartolo già priore e ufficiale della cappella della Madonna. Era a S. Maria dei Servi anche un organista: fra Andrea di Giovanni che aveva raggiunto i gradi più alti nel convento e nella Provincia Toscana e nel 1379 aveva costruito l’organo di chiesa. Tra i frati laici grande capacità aveva fra Francesco Bizi che seguiva la produzione dei poderi; tra i novizi emergevano i frati Michele Pucci, Iacopo Rosso e Filippo di Gino ... Ma soprattutto era fra gli studenti di teologia quasi trentenni che si trovavano due persone notevoli per intelligenza e capacità. Uno era fra Piero Silvestri, ricordato novizio nel 1390. Persona brillante e generosa - citiamo i prestiti a fondo perduto che fece al convento nei momenti di bisogno -, seguì tutti i gradi della carriera accademica fino a diventare maestro teologo nel 1405 in un tempo molto breve per l’epoca. Conobbe Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina e trascorse tutta la vita nel convento di Firenze, eccetto i viaggi che fece per i capitoli e per varie dispute, prediche e incarichi nell’Ordine. Fu per molti anni reggente dello Studio e morì il 22 luglio 1434 (7).

 L’altro frate notevole fu Matteo di Piero. Novizio assieme al Silvestri, forse ebbe meno appoggi del compagno, ma fu preso sotto la protezione del p. Generale dopo il capitolo di Firenze del 1402 e condotto a Venezia dove consegui il grado di lettore. Dal 1409 circa però il suo corso accademico subi un’interruzione per la crisi della Chiesa e del convento fiorentino che ne pagava gli studi. Si laureò pertanto solo nel 1423, quasi cinquantenne, e l’anno dopo fu eletto procuratore dell’Ordine nella corte Papale, incarico che lasciò nel 1426 per diventare vescovo di Cortona. Deposto dalla carica nel 1439 da Eugenio IV, pare a seguito dello scisma operato dal concilio di Basilea (l’antipapa Felice V), riprese il vescovado nel 1449, alcuni anni dopo la morte del papa. Dette le dimissioni definitive nel 1455, generosamente facendo spazio a un altro frate dei Servi, Mariano Salvini. Morì nel 1458, sempre affezionato al Santuario di Firenze al quale fece degli importanti lasciti (8).

Queste figure di frati appena delineate ci fanno capire che cosa fosse la SS. Annunziata di allora: un convento di prestigio con uomini di prestigio. E, possiamo aggiungere, dopo il 1402 la comunità sembrò voler realizzare nuove e antiche aspirazioni. Ma non fu solo per questo desiderio che nell’Ordine nel 1404 si decise di riaprire Montesenario e un altro convento del quale si parla poco: Pisa (9).

Ci furono altri fattori pratici determinanti ...   Uno di questi fattori fu la pace politica raggiunta in Italia e Toscana. Il p. Rossi si domanda perché la riapertura di Montesenario non fosse stata effettuata nel febbraio 1402, a seguito del capitolo generale di Firenze (10).

Alla domanda dà una risposta ‘incauta’ che rimanda alla partigianeria ‘pro Firenze’ del p. Giani degli Annali. In realtà non fu così. Contarono assai di più i significativi avvenimenti politici di quell’anno. Infatti nel 1402 la democratica e libera Firenze passò dalla grande disperazione alla salvezza. Nella prima metà dell’anno la città fu senza scampo, circondata com’era dalle truppe del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, che dal 1399 aveva occupato Pisa e Siena, Perugia, ottenuta l’alleanza di Lucca e il 30 giugno 1402 espugnato Bologna. Era pericoloso dimorare nell’Italia centrale e anche il p. Generale dei Servi di Maria era partito da Bologna per Venezia. Il Visconti, nella sua splendida estate, ordinò una corona nuova di re d’Italia. Ma alla fine della stagione il destino ebbe un colpo d’ala. Il 3 settembre 1402 Gian Galeazzo morì improvvisamente a Melegnano per la peste. La sua morte salvò Firenze. Gli altri Visconti, la moglie e i molti figli, furono incapaci a proseguire le ostilità. Ma ne ricevettero i domini in eredità. Giovanni Maria ebbe Bologna, Siena e Perugia, e Gabriele Maria Sarzana e Pisa ... Moglie e figli erano stati affidati anche a un consiglio di reggenza composto dai migliori capitani di ventura che - Gian Galeazzo pensava - li avrebbe protetti dai nemici. Non fu così. In breve Firenze riprese le terre e i domini che le erano stati tolti. Siena si ribellò il 26 novembre 1403 e nel marzo 1404 mandò via il governatore dei Visconti, concludendo la pace con Firenze e riprendendo quasi tutte le sue terre. La stessa Firenze tentò la conquista di Pisa, e dopo varie vicende ne trattò l’acquisto con Gabriele Maria. Era il luglio 1405. I pisani orgogliosi si ribellarono desiderando l’indipendenza. Furono costretti alla resa il 9 ottobre 1406, festa di S. Dionigi. Già dal 1404 quindi Siena e Pisa non erano più città ostili a Firenze ...  

Un secondo fattore che contribui al ripristino dei due conventi dei Servi di Maria a parere nostro riguarda il numero dei frati. Nel 1403 troviamo ricordata da una breve nota la professione di 14 giovani (11), il cui nome però non è citato. Il loro numero era alto. Certamente furono avviati alla carriera ecclesiastica e forse accademica, ma non erano gestibili assieme nella maniera migliore. Infatti i conventi dei Servi di allora preferivano avere un numero limitato di religiosi, ma tutti con un incarico o ufficio assegnato. C’erano varie ragioni che giustificavano la scelta: per esempio gli uomini dovevano essere mantenuti in vitto e alloggio e su trenta religiosi una metà erano a carico (studenti, novizi, malati) senza contare i molti forestieri provenienti da altri conventi dell’Ordine (12).

Il patrimonio e le rendite al contrario erano di modesta entità. Ma anche se il convento fosse stato ricchissimo - cosa di per sé scoraggiata dalle Costituzioni - non si desideravano persone in soprannumero e in ozio poiché avrebbero potuto sentirsi frustrate o covare dei risentimenti ed essere un pericolo per la vita fraterna, la comune serenità, i rapporti con lo Stato e la società che non tollerava gli scandali, questo genere di scandali. Il problema di S. Maria dei Servi e nell’Ordine fu dunque quello di che cosa fare dei giovani, senza che nessuno di loro stesse in ozio o avesse dei compiti inferiori al grado e alle licenze e facoltà concesse. Si rispose al dilemma facendo quello che si era sempre fatto: aprire nuovi conventi. Dapprima piccoli e poi, se c’erano vocazioni, ingranditi. O meglio, nel 1404 si decise, invece che di aprirne dei nuovi, di ripristinarne due gloriosi. Uno era in una città nota, decaduta dopo la battaglia della Meloria, ma ancora attiva per il suo grande scalo marittimo che la collegava con il Mediterraneo e con l’Oriente: Pisa. Il convento era quello di S. Andrea a Chinzica e Gabriele Maria Visconti, che voleva vendere la città a Firenze, era d’accordo (13).

L’altro convento era Montesenario che faceva parte delle origini dell’Ordine. Pisa era estremamente utile dal punto di vista logistico, per i viaggi, e gli affari che potevano interessare l’Ordine. Montesenario era un dolce ricordo, una piccola spina nel cuore dei padri Generali che si erano alternati nel corso dell’abbandono, e un luogo dove qualche spirito più contemplativo degli altri avrebbe potuto stabilirsi. Tutti avevano aspettato il ritorno. Il momento arrivò. E fu il Capitolo generale di Ferrara, indetto nel 1404 anche proprio per le mutate condizioni politiche.   Al capitolo di Ferrara per S. Maria dei Servi di Firenze parteciparono di diritto il priore e due discreti più altri frati in varie vesti: provinciale e compagno del p. Generale, lettori e predicatori, laici accompagnatori, chierici che forse intendevano chiedere una qualche grazia o un indirizzo di studio. Vi si recarono dunque il priore fiorentino p. Antonio di Giovanni Cancelliere, fra Andrea di Giovanni organista perchè compagno del p. Generale, maestro Angelo da Siena provinciale; poi maestro Niccolò d’Arezzo reggente dello Studio, fra Giovanni di Giovanni, fra Andrea di Bartolo, fra Gabriello, fra Angelo di Iacopo predicatore e fra Filippo degli Adimari lettore, fra Donato laico che li accompagnava, fra Girolamo, il baccelliere fra Piero Silvestri e il lettore fra Matteo di Piero che seguiva il p. Generale da Venezia. Per l’Ordine parteciparono al capitolo maestro Antonio d’Alessandria, maestro Piero da Roma, maestro Gregorio da Pistoia e il procuratore maestro Stefano da Borgo. Maestro Stefano da Borgo e maestro Piero da Roma sarebbero diventati a loro volta dei priori Generali (14).

Negli ultimi decenni del Trecento avevano studiato a Firenze, protetti dal celebre maestro Antonio Mannucci. E forse fu proprio quest’ultimo notevole frate che indusse o confermò nei due giovani teologi e anche in maestro Niccolò d’Arezzo il desiderio del ripristino di Montesenario. Il Mannucci era nato nel 1314, aveva studiato a Parigi, nel 1363 aveva dato al convento fiorentino il rango di Studio generale, nel 1371 era stato nominato priore Generale. Solo in tarda età si era ritirato alla SS. Annunziata, incaricato della reggenza dello Studio. Ma durante la sua lunga e itinerante vita attraverso un secolo importante, aveva avuto dei contatti con frati particolari, che si avvicinavano alle Origini e avevano inciso nell’Ordine. Aveva conosciuto il teologo fra Clemente († 1343) protetto e incoraggiato agli studi a Parigi da S. Alessio († 1310) e fra Pietro da Todi a cui è attribuita La Legenda de Origine († 1344). Dalla sua morte (1385) alla riapertura di Montesenario trascorsero meno di vent’anni (15).  

Il ripristino di Pisa e di Montesenario comportò una piccola rivoluzione all’interno di S. Maria a Firenze. Partì maestro Niccolò d’Arezzo verso Siena e poi il priorato di Bologna e condusse con sé fra Filippo degli Adimari. Fu priore della SS. Annunziata il giovane fra Piero Silvestri, baccelliere non ancora maestro, segno della grandissima stima che si aveva di lui e fu procuratore e lettore fra Matteo di Piero. Fra Antonio Salvani da Siena divenne priore di Montesenario (16).

Le notizie sul Monte nei registri dell’Annunziata appaiono nel giugno del 1404 con due frati, Girolamo e Allegrino che vennero spesati (si compra la carne) nel loro viaggio al Monte. Fra Allegrino sostituì fra Ventura che tornò a Firenze qualche giorno dopo. Ventura e Allegrino però non erano frati di Firenze; e non ne conosciamo la provenienza. Non furono stabili al Monte, come invece lo furono quelli che giunsero qualche mese dopo: fra Onesto, fra Lanfranchino, fra Piero da Montepulciano. Anche dei primi due non sappiamo la provenienza. Però si noti come alcuni di essi, compreso il priore, fossero senesi o delle terre senesi. Più tardi si unì alla comunità il fiorentino fra Giovanni degli Strozzi come compagno di fra Antonio Salvani. Assistiamo in questo periodo anche ad un frequente via vai da Firenze: fra Stefano, fra Francesco Bizi, fra Salvestro, tutti per vari motivi si recarono al Monte. Nonostante le note di spesa per gli spostamenti, la vita comunitaria però è poco documentata nel suo insieme. In che modo dunque i frati di Montesenario si mantennero? C’erano già allora alcuni poderi da cui ricavare grano, vino, legna, carne, o tutto, proprio tutto, fu a carico della SS. Annunziata? Per i primi tempi avvenne in quest’ultimo modo. Anche Pisa fu dipendente per un anno dal convento fiorentino. Ma da subito al Monte ebbero importanza la chiesa e la liturgia. Le feste principali furono le stesse dell’Ordine e della SS. Annunziata che per l’occasione mandò in aiuto sacerdoti e generi alimentari per ‘onorare’ la celebrazione anche in refettorio, come d’usanza: si festeggiò la Natività di Maria di settembre, il carnevale a fine febbraio e la Quaresima con il pesce, l’Ascensione con la carne, Ognissanti con le lasagne. Fu il sagrestano dell’Annunziata fra Sebastiano di Ambrogio che contribuì a dare un aiuto dal punto di vista liturgico e materiale. I documenti ci parlano anche di piccole spese per varie necessità: chiavi, toppe, scuri per disboscare ... Per la festa della Purificazione del 1405 invece fu il priore del Monte che venne a Firenze. E quasi obbligatoria fu per molti anni la partecipazione dei frati del Monte alle feste patronali di S. Giovanni e alla processione solenne. Ma anche quando mori Vieri Guadagni (1426) i frati vennero a fare la veglia funebre. Allora le relazioni si era allentate perché Montesenario aveva raggiunto indipendenza e stabilità economica ...   Un ultimo ricordo. Un nome esce dai nostri registri ed è quello Michele di Barone da Bivigliano. Nell’agosto 1405 si ammala e fra Salvestro viene mandato dall’Annunziata a casa sua a portargli per conforto cocomeri, melarance, acqua di rose. Anche maestro Piero Silvestri gli porta a casa delle candele arsicciate, in parte consumate. Perché? Certamente aveva bisogno. Ma non ci sembra vivesse in una situazione di indigenza. Perché dunque tanta sollecitudine se non fosse stato importante per il Monte? Infatti ebbe gli stessi riguardi che all’Annunziata si avevano verso i benefattori laici e i conversi. Ma forse era anche un pronipote di Giuliano da Bivigliano che nel 1241 cedette al vescovo di Firenze una parte dei suoi diritti su Montesenario (alcuni lo considerano l’inizio del convento) o un discendente di quei conti cattani di Cercina, signori di Bivigliano, di cui parla il Repetti quando ricorda la fondazione del castello di Montesenario nel secolo XI (17).

Non sempre il nome è un destino, ma non possiamo sottovalutare il fatto che Barone è un nome che indica pur sempre una casata nobile. Il Giani afferma chiaramente che Michele di Barone fu un commesso, una pia persona vicina al convento del Monte. Ma noi lo pensiamo qualcosa di più e lo collochiamo tra i promotori del rinato convento, perché il suo ricordo è del 1405. Forse fece una preziosa donazione, come allora usavano fare i conversi: un immobile, un podere, della terra con una piccola rendita necessaria al convento ... o forse era stato il ‘custode’ degli edifici temporaneamente abbandonati ... Un’altra famiglia benefattrice di Montesenario si trova citata nei documenti in epoca più tarda: i Della Stufa del quartiere di S. Lorenzo (18).

 Ma tra i della Stufa e la SS. Annunziata non appare nulla nelle note del 1404. Nei primissimi anni le spese per la riapertura di Montesenario furono solo a carico del convento fiorentino che considerò i frati come se fossero della propria comunità e corrispose loro anche l’usuale denaro delle vestimenta. Notevole fu lo sviluppo di Montesenario nel ventennio successivo: ingrandì le proprietà, aumentò il numero dei religiosi, si pose sotto la giurisdizione del p. Generale, fondò un piccolo convento dipendente del quale un giorno forse avremo occasione di scrivere (19).  

Lo faremo. Ora fermiamo la nostra esposizione al ripristino del 1404 e agli anni immediatamente seguenti. Aggiungiamo che la maggior parte delle notizie che abbiamo esposto sono inedite. Fanno parte di un quotidiano che ci parla anche di storia, liturgia, costume, vita fraterna. Le notizie si trovano nel libro che la Biblioteca Toscana dei Servi di Maria diretta dal p. Eugenio Casalini ha pubblicato alla fine del mese di giugno, anche se le notizie su Montesenario non sono in questa forma. Il convento del Monte però vi appare ugualmente vivido di luce. A conclusione possiamo affermare ancora una volta che nel 1404, quasi incredibilmente e per una serie di circostanze favorevoli, Montesenario ritornò a vivere alla pari nel suo Ordine. Lo fece con dignità e a ‘bassa voce’, per i primi anni sorretto da un convento fratello maggiore e da un gruppo di frati fiorentini di grande spessore culturale e religioso. 

 

Note

(1) Il libro Vita quotidiana e storia della SS. Annunziata nella prima metà del Quattrocento è stato edito a Firenze nel giugno 2004. Le notizie su Montesenario di trovano, oltre che nel testo, nella Documentazione n. 4, pp. 107 ss.; cfr. Arcangelo M. Giani, osm, Annalium sacri Ordinis fratrum Servorum B. Mariae Virginis a suae institutionis exordio centuriae quatuor, 2 volumi, Firenze 1618 e 1622, I, pp. 369, 379, 381, 416, 426; Policarpo M. Armadori, osm, Intorno al Monte Senario, in «Studi Storici osm», I, Roma 1933, pp. 7, 8; Franco Andrea Dal Pino, Elementi storici e regesti, in «Fonti storico-spirituali dei Servi di Santa Maria», II, 1349-1495, Bergamo 2002, pp. 55, 56, 112.

(2) v. p. es. La religione cristiana, a cura di Oskar Simmel, sj, e Rudolf Staehlin, Milano 1963; Alessandro Barbero, Chiara Frugoni, Dizionario del Medioevo, Bari 1994, p. 183. Ordine: È un concetto chiave della cultura cristiana medievale, che può assumere forme diverse. Fin dai primi tempi le comunità cristiane cominciarono a distinguere dai semplici fedeli coloro che avevano ricevuto, per mano dei vescovi, cioè dei capi delle comunità, particolari responsabilità ... Si costituì così la gerarchia ecclesiastica, suddivisa in ordini minori (ostiario, lettore, esorcista, accolito) e in ordini maggiori (suddiacono, diacono, sacerdote) ... Col diffondersi del monachesimo ... si cominciò a parlare di ordine per indicare un insieme di comunità che vivevano tutte secondo la stessa regola, e di solito, obbedivano ad un’unica autorità ...

(3) Constitutiones Antiquae fratrum Servorum sanctae Mariae a S. Philippo Benitio Anno circiter 1280 editae, in «Monumenta Ordinis Servorum», I-XVI (da qui in poi M.O.S.), I, XXIII; Fonti Legislative, in «Fonti storico-spirituali dei Servi di Maria», I, 1245-1348, Bergamo 1998, p. 139, La colpa gravissima.

(4) Ircani, Vita Quotidiana ..., o.c., pp. 82 e ss; documentazione, pp. 160 e ss.

(5) Ivi, pp. 14, 85 e nota 108; Alessandro Filippo M. Piermei, osm, Memorabilium sacri Ordinis Servorum Beatae Mariae Virginis breviarium, Roma 1927-1934, II, p. 51; Gabriele M. Roschini, osm, Nel giardino di Maria, Roma 1945, p. 288 (10 settembre); Galleria Servitana, Roma 1976, pp. 100, 101; citiamo anche Cesare Cenci, ofm, Il Quaresimale delle scuole di fr. Ruggero da Eraclea, dove a pp. 283, 284 e a nota 53, si fa una piccola e importante biografia di fra Niccolò d’Arezzo anche se lo si dice erroneamente futuro priore generale.

(6) Filippo degli Adimari a Montesenario, v. Elementi ..., o.c., p. 90.

(7) Maestro Piero Silvestri, v. Ircani, Vita Quotidiana ..., o.c., pp. 86, passim e documentazione.

 (8) Maestro Matteo, v. Ivi, pp. 71, 72 e documentazione; Appendice, Eugenio M. Casalini, Il Servita Maestro Leale.

(9) Ircani, Vita Quotidiana ..., o.c., documentazione 3.

 (10) Alessio M. Rossi, osm, Le vicende del Protocenobio dei Servi di Maria a Montesenario, 1241-1964, Roma 1964, p. 27: Scrivono gli Annali che la decisione fu presa principalmente in seguito alle insistenze del p. Pietro Silvestri, priore del convento di Firenze: può anche essere, ma dubitiamo che il Giani, ripetiamolo, da buon fiorentino tirò un po’ l’acqua al suo mulino: perché è strano che, proprio queste insistenze abbiano avuto luogo nel Capitolo Generale di Ferrara e non in quello tenutosi poco prima a Firenze.

(11) Ircani, Vita Quotidiana ..., o.c., p. 15.

(12) Constitutiones Novae sive ordinationes factae in capitulis generalibus 1295-1473, in M.O.S., II, , pp. 45-46, Pistoia 1356; Fonti Legislative, in «Fonti...», oc., II, pp. 362-363.

(13) L’atto di Gabriele Maria Visconti è riportato in Ubaldo M. Forconi, Pisa, in «Chiese e conventi dell’Ordine dei Servi di Maria. Quaderni di notizie», n. 10; Elementi..., o.c., p. 91.

 (14) Ircani, Vita Quotidiana ..., o.c., documentazione 2.

(15) v. nota 2 della ‘Presentazione di Vita Quotidiana ...’, in questo libro.

(16) Ircani, Vita Quotidiana ..., o.c., documentazione 4, 5, 166, 169.

(17) Rossi, Le vicende, pp. 5 e ss.; Emanuele Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Firenze 1833-1843 I, p. 157, p. 330 (S. Romolo a Bivigliano; Montesenario fondato sui possessi dei cattani di Cercina già signori di Bivigliano; nel 1080, investitura di terreno a favore della cattedrale di Firenze); Annales osm, p. 417.

(18) Sui Della Stufa e le loro relazioni con Montesenario, v. Annales osm, I, p. 394, 395; Armadori, Intorno..., o.c., p. 12 n. 2; Elementi..., o.c., pp. 111. Nel 1418 Ugo di Andrea della Stufa aggiunse un codicillo al suo testamento, ordinando agli eredi Lorenzo e Lottaringo suoi fratelli di compiere il luogo di Montesenario da lui principiato e di dare al convento per ciascun frate, sacerdote o converso che fosse, ogni anno sei staia di grano e quattro barili di vino vermiglio per il numero massimo di 10 frati. Qualche anno più tardi anche la moglie Niccolosa Baroncelli destinò la dote che le spettava dopo la morte del marito alla compera di un podere per il convento di Montesenario con la condizione che i frati dovessero vivere secondo la regola di S. Agostino. Qualora vi fossero stati degli inconvenienti e non si sarebbe potuto vivere secondo detta Regola il podere sarebbe passato al monastero di S. Pietro Martire dei Padri Predicatori in Firenze; ma se la Regola veniva ripristinata di nuovo il podere tornava a Montesenario. Questo immobile si trovava alla Torricella di S. Lucia a Trespiano; ma nel 1421, a seguito di controversie con i cognati, gli esecutori del testamento di Niccolosa comprarono per i frati del Monte un podere ai Carpini della Pila. Al catasto del 1427 Lorenzo dichiarava: Abbiamo anche promesso a Montesenario per testamento d’Ugho nostro fratello, Lotteringo et io, anchora più di fiorini 150 et ora abiamo chomenzato a ffare la tavola d’altare et già n’abiamo paghato f. 10.

(19) Facciamo solo un accenno alla fondazione di almeno un convento dipendente di Montesenario. Il documento è ancora da trascrivere e confrontare.

Paola Ircani Menichini

 

Montesenario, 21 luglio 2004.   - Il sito della SS. Annunziata  www.ssannunziatadifirenze.it

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