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Fiori d'inverno e piccoli incendi

 

Nei Promessi Sposi Alessandro Manzoni ha fatto un'incomparabile descrizione della società lombarda del Seicento. Ha usato anche aggettivi o modi di dire che si citano più che volentieri in saggi, articoli, conversazioni o altro. Soprattutto ha fornito una grande lezione di stile e di poesia, che, nonostante le lunghe parentesi storiche, risalta sempre viva e ricca di idealità. Anche lo spirito critico ironico e arguto e il sentire cattolico rendono indimenticabili i protagonisti e i personaggi minori del romanzo, tutti ben caratterizzati e riconducibili a tipi di ogni tempo. La storia del "popolo", vista attraverso una poetica che trascenda le sue sempiterne tribolazioni, è attraente anche per chi legge le carte di archivio, e in particolare quelle che si riferiscono all'oggetto di questo e altri articoli: la memoria del culto nel Santuario dell'Annunziata di Firenze. Per fare ancora degli esempi, uno dei momenti più importanti della vita liturgica del passato (anche per tutta la Chiesa), era la festa della Purificazione o Candelora (2 febbraio). Oggi è stata ribattezzata la Presentazione di Gesù al Tempio, cioè con il nome "corretto" dell'avvenimento che vuole ricordare. Nella liturgia del passato, prima della messa, venivano fatte solennemente la benedizione delle candele e una solenne processione. Avvenivano così. Un sacerdote vestito con il piviale violaceo benediva le candele sull'altare e le aspergeva con acqua benedetta. Poi ne riceveva una dal rappresentante di maggiore dignità del clero partecipante, e a sua volta ne distribuiva agli altri sacerdoti e al popolo. Riceveva anche l'omaggio dei fedeli che baciavano la mano e la candela, mentre si intonavano antifona e canti. Alla processione prendevano parte il Turiferario che portava il turibolo con l'incenso, il Suddiacono con la croce in mezzo a due Accoliti e il clero in ordine con il celebrante. Tutti tenevano in mano una candela e cantavano le antifone. Alla fine il sacerdote lasciava i paramenti violacei e indossava quelli bianchi per dire la messa. Altre devozioni e preparativi nel Santuario, sul finire del Settecento, precedevano la festa della Purificazione. Il  primo febbraio si commemorava S. Ignazio e sul suo altare venivano messe due candele da tenere accese per tutto il giorno. Poi si sistemavano dei fiori sull'altare maggiore. Alla messa dei Primi Vespri, molto seguita dai fedeli, i sacerdoti celebranti indossavano i piviali col fondo rosso e i fiori bianchi. La sera invece si faceva un altarino nel consueto luogo [la cucina del convento] ove sia appesa la piccola Madonna con due candele sempre accese. Il 2 febbraio, per la festa, si andava in coro alle I0 e un quarto, si canta, Terza solenne, indi la consueta benedizione e Processione e messa a Cappella. La cereria passa a' Cappellani, ed a quei Preti, che quotidianamente vengono a celebrare la Messa, al Ostiaio ed ai Cherici di Sagrestia una Candela di once 3 ...

Questi appunti di archivio, che a prima vista possono apparire poco originali, hanno un loro motivo di curiosità. A cominciare da quei fiori che venivano sistemati sull'altare maggiore e che non erano né d'argento o dorati, ma veri e propri. Una semplice domanda pertanto ci viene alla mente. Quali fiori si potevano trovare in città agli inizi di febbraio e perché si usavano per decorazione, accostandoli nell'"insieme scenografico" a quelli ricamati sui piviali dei celebranti? Oggi, agli inizi di febbraio, ben pochi fiori sono reperibili nei prati o nelle aiuole; molti invece nelle vetrine dei venditori. Due secoli fa la ricerca era assai complicata e non c'erano le serre e le varietà selezionate o le importazioni da paesi tropicali a cui ricorrere. I fiori, da cogliere nei giardini o lungo i fossi erano piccoli e modesti: mughetti, giunchiglie, narcisi, viole, bucaneve, primule, anemoni, iris pallidi, forse qualche rosa appoggiata ad un muro a pieno sole riparato dal vento. Alcuni versi delle Grazie di Ugo Foscolo ci forniscono una suggestione:

Unite! aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie! di Bellosguardo, che all'amante suoi coglie Pomona;/ e a' garofani alteri/ della prole diversa e delle pompe ...

Ma rimane solo una suggestione perché i fiori del poeta potevano decorare un bell'angolo di Firenze alla metà dell'inverno solo in allegoria. Se giunchiglie e giacinti potevano andar bene, i garofani, poco popolari, sebbene noti sino dal tempo di Matteo Bandello (XV-XVI), sono fiori estivi, che sbocciano a solatio. Peccato, perché i garofani rossi e cremisi, li avremo visti volentieri accanto a quelli ricamati sui piviali. In mancanza di carte d'archivio più precise, dovremo pertanto contentarci di quelli sopra descritti e forse di un bel ramo di pesco fiorito in anticipo in un inveno un po' addolcito. Il  motivo per cui si decorava l'altare maggiore con i fiori, è invece ben documentato dall'antifona cantata all'inizio della processione della Purificazione:

Adorna thalamum tuum, Sion, et suscipe Regem Christum; amplectere Mariam, quae est coelestis porta ... Simeon predicavit populis, Dominum eum esse vitae et mortis, et Salvatorem mundi (Adorna il tuo talamo, o Gerusalemme, e ricevi il Cristo Re: accogli Maria che è la porta del cielo ... E Simeone ... annunziò ai popoli, che quegli era il Signore della vita e della morte, e il Salvatore del mondo).

L'altare maggiore pertanto diventava come un talamo nuziale per l'incontro con il Cristo e per essere degno dell'avvenimento doveva essere il più bello possibile. Anche in inverno ...

A conforto di ciò, abbiamo cercato in vari testi altre usanze popolari italiane che prevedono decori con i fiori in occasione della festa della Purificazione. Abbiamo trovato che il 2 febbraio a S. Nicola da Crissa in Calabria si ripete, con degli attori di paese, la visita al tempio della Madonna con il Bambino e S. Giuseppe. Per l'occasione Gesù indossa una bella veste bianca da battesimo con la cuffietta, la Vergine ha il capo incoronato da una ghirlanda di fiori d'arancio ed in mano tiene una candelina accesa e un fazzoletto bianco, con il quale si asciuga gli occhi davanti al vecchio Simeone. S. Giuseppe invece ha con sé la verga fiorita e un canestro con due tortore, l'offerta della povera gente. Alcune feste pagane inoltre prevedevano un dono di fiori alla dea Giunione Lucina per il primo marzo in occasione dei Matronalia. Cantava Ovidio (Fasti):

Date, fiori alla dea che gode delle erbe fiorenti/ e di teneri fiori v'incoronate il capo!

Nonostante lo spostamento di data (primo marzo invece che primo febbraio) essa era fatta alla stessa divinità che dominava gran parte del calendario invernale ed era detta anche lunio Februata (Giunone purificata dei Lupercali) e lunio Sospita (la Salvatrice). Ci sembra però che l'usanza romana dei fiori e della ghirlanda sul capo possa accostarsi in qualche modo a quella di S. Nicola da Crissa, ma non all'uso del Santuario dell'Annunziata, dove i fiori venivano posti sull'altare, soprattutto con riferimento all'antifona della processione, a rafforzare il significato di esultanza per l'incontro con il Cristo.

Un gesto moderno, che qualcuno può definire "strano", ma che ha una anch'esso una sua suggestione, prende spunto sempre dagli usi della Purificazione. É descritto in un film di qualche decennio fa, Nostalghia del russo Tarkovski. In una scena ambientata ai Bagni di Vignone in Vald'Orcia, il protagonista prende una candela accesa e cerca di giungere da una parte all'altra della piscina della piazza (svuotata) senza Il far spengere la fiamma, imponendo una specie di scommessa al destino.

La processione della Purificazione e tale gesto, con il suo premio finale, sono riconducibili a loro volta ai tempi della prima cristianità (secolo IV), quando la festa era detta Peregrinatio Aetheriae. La traduzione letterale del nome era: peregrinatio = viaggio in terra straniera, aetheriae = del cielo, dell'etere. Il cielo aveva un suo elemento che era il fuoco, ricordato nella fiammella della candela che si porta nella processione (il viaggio), verso un altare, verso l'incontro (in greco Ipapante) desiderato e atteso. Il viaggio naturalmente è quello dello spirito che deve mantenere accesa la sua limpida luce in mezzo alle angosce oscure e agli ostacoli che la vita quotidiana e gli imprevisti pongono sul suo cammino. In un passato più vicino, il giorno di Candelora si prendevano le candeline benedette e si conservavano in casa. Si accendevano durante i temporali o al capezzale di un moribondo o in altri momenti di bisogno, quando si doveva attraversare il mondo oscuro della paura che nasceva dalla consapevolezza dell'ingovernabilità delle cose. Si vedevano nella piccola luce speranza e consolazione.

Il fuoco sarà anche il protagonista del Carnevale che giunge quasi sempre di febbraio. Fino ai giorni nostri, il martedì grasso, in molti paesi veniva appiccato ai dei fantocci di paglia sistemati sulle piazze. E la gente cantava al carnevale che se ne andava:

Speriam di rivedersi/ con più sereno ciglio/ quando dal triste esiglio/ da noi ritornerà ...

Se guardiamo bene, il viaggio del cielo in terra straniera poteva essere anche il motivo per cui la vigilia della Purificazione si faceva un altarino con una statuetta della Madonna nella cucina del convento dell'Annunziata. Per comprendere l'analogia, dobbiamo pensare a che cosa era nel passato una cucina: il peggiore luogo della casa, regno di servi e fantesche e di scontenti, quello, per fare un esempio con una fiaba, dove Cenerentola piange la sua sfortuna. Anche nel convento, alle origini, era un luogo che non prevedeva alcuna fraternità o liturgia. Vi stava il cuoco che spesso era un laico, un lavoratore di passaggio, a volte un giovane lombardo (del nord Italia). Solo in seguito vi prenderanno posto i frati conversi, i frati non sacerdoti. E, sempre in origine, era di competenza del soppriore che non era il priore, ma un "ufficiale" minore, un aiutante, addetto al rifornimento, e anche alla gestione dell'orto. Durante il giorno poi giungevano in cucina i contadini con gli ortaggi, i pastori con il formaggio, i mendicanti a farsi dare una fetta di pane e un bicchiere di vino o gli avanzi, i muratori per il ristoro nell'ora di pausa ... oltre ai fanti di famiglie di rango, ai custodi di asini e cavalli e ad altra gente di servizio o di fatica... Si faceva l'altare pertanto in un mondo del tutto laico e affaccendato alle cose prosaiche; si celebrava la messa per persone di poco conto, spesso analfabete, a volte maledicenti e incapaci di progetti, di miglioramenti. O, per tornare ai Promessi Sposi, con i quali abbiamo iniziato l'articolo, la Madonnina e le candele accese della festa facevano la loro apparizione nel luogo dove vivevano abitualmente la sciocca Perpetua o l'avida serva dell'Azzeccagarbugli pronta a mettere le mani sui polli di Renzo (anch'egli, si noti, entra nella casa dell'avvocato dalla cucina!). La Madonnina era piccoletta e sola in terra straniera, è vero, ma diceva sempre, con un sussurro che tremava come la fiammella della candeline, le consuete parole di redenzione e di quiete. In mezzo alla ruvida umanità che le passava accanto, c'era sempre una Lucia che si fermava ad ascoltarle ...

 

Paola Ircani Menichini

 

da La SS. Annunziata, periodico bimestrale del Santuario di Firenze, XVIII, 6, novembre dicembre 1998.