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Descrizione dell'inondamento avvenuto in Firenze il 3 novembre 1844 ...

 

Firenze Tipografia di Federigo Bencini, 1851.

 

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"Volgeano gli anni dell' Incarnazione del Divin Figlio 1844, quando nell'egregia, città di Firenze pervenne sul mattino del 3 Novembre l'inondazione, la quale per opera delle cause seconde, ovvero (come credo) dal divino sdegno mandata; di un loco in altro estendendosi, grandissimi danni agli uomini ed ai loro averi ebbe arrecati. Quel padule bipartito, invertendo a poco a poco la maggior parte del corso suo per tributare più a Ostro verso il Tevere, viene a scaricare le acque a Settentrione sotto le mura d'Arezzo; al presente è chiamato Chiane. Questo per le continue dirotte piogge di tanto ingrossò, che le acque in gran copia scesero giù pel Casentino. Dalla contrada la quale è posta ai piè della catena centrale dell'Appennino, dallo Stale ,sopra la Futa che appellasi Mugello; grandissime acque dalla fiumana Stura, coll'influenza del torrente Dicomano scesero nel fiume Sieve. Questo divenuto oltremodo gonfio allagò i piani delle vicine campagne, asportando il Ponte Nuovo ed alcune case della vicina terra. Per le acque del detto fiume unite a quelle che scesero dal Casentino sì tanto ingrossò l'Arno, che grandi guasti fece per quei borghi e colti lungo la via che a Firenze mena. Divenuto terribile per la gran violenza asportò il Ponte di Ferro, e traboccando per le sponde inondò i borghi e molte contrade della Città. Salita l' acqua in altezza di due braccia e più in Borgo S. Frediano, S, Niccolò e quello d'Ognissanti, penetrò nelle botteghe degli artieri e nei piani terreni, trasportando con grand'impeto oggetti di belle arti, masserizie e mobili.

Al giungere improvviso sul mattino cotanto infortunio, il cuore degli abitanti incominciò a palpitare, talchè il terrore per le vene e polsi di chicchessia grande rispondea. Intendano i lettori siccome tutta la Città si fosse a gran travaglio. Avvertirò solo che ove fosse dato incontrarli per via è mirarli, il lor tremore più si avvisava pel volto, che lo avessero favellando espresso.

Ecco sono a quel momento che in rimembrando i sospiri e lamenti di tante madri mi fanno tristo e pietoso. Queste, traendo guai, astrette furono coi teneri figli abbandonare i propri abituri e rifugiarsi nei piani superiori, domandando pietose a quell' inquilini ospitalità. Tante famiglie si rimanevano ancora nei detti terreni per toglier le cose più care, ma per l’impeto dell' acqua si convenne loro fuggile in altre case, o ai vicini, onde da morte campare. Tutti questi furono da quelli accolti, e quel poco di alimento che aveano seco lor partirono, ed ivi rimasero finchè non potessero sicuri alle loro abitazioni ritornare. Che dirò di quelle madri rifugiate, per tal caso, nei conventi, prese da disperato dolore prorompevano in angosciosi accenti, lamentando nelle loro case gli abbandonati figli? il che scrivendo, vien meno la penna a sì funesto pensiero. Per tanto fatto invero due soli giovinetti non valendo loro le forze per sottrarsi dall' acqua, miseri annegarono!

Intanto le acque in varie Chiese ascesero a più di due cubiti , in S. Trinita, in S. Lucia sul Prato ed in quelle dei detti Borghi, per cui tutti quelli che in tal dì festivo assistevano al Divin Sacrificio, si convenne loro esterriti , ritirarsi nei Chiostri, o sacri recinti; onde i parrochi e Religiosi di dette Chiese con evangelica carità tutti accolsero ed all' ora del mezzodì, col cibo per lor preparato si ristorarono, ed ivi si furono fino al momento che fosse lor dato ritornare ai loro abituri. Nè posso tacere i Frati Minori di S. Francesco che di tanto aveano limosinando raccolto per lo vitto giornaliero, tutto a quelli rifugiati dispensarono con tale zelo e carità, che cotanto loro commendava il Penitente d' Assisi. Che dirò in apposito a questi di alcuni che in tal momento poco adoperarono a norma dei Precetti Divini? Il che or tacere è più che narrare, onesto. Nè meno di lode degne le Sacre Vergini Teresiane, le quali per l'austera loro regola, adoperando, giusta gli Evangelici Precetti, ebbero assai di misericordia; avvegnachè Cristo abbia detto: Siate misericordiosi siccome lo è il vostro Padre Celeste. Ed invero avendo il lor vitto diviso con molti che erano nei sacri recinti, avvisarono ordinare alle persone ivi addette, che di retro del Convento in parte ove era meno acqua, dispensassero a quei vicini, per le calate funi dalle finestre, frumento macinato ed altri cereali che all'istante aveano, chiedenti, ad alta voce qualcosa per ristorarsi.

Sono assai onorandi anco alcuni, che pur della, plebe, avendo più animo che alla lor condizione si appartiene, si sforzarono uscir di casa e andare in parte ove erano meno le acque, e montati su piccoli legni o navicelli per comperare tanto di vettovaglia, provvedendo pur anco ai tanti che nulla cosa aveano da cibarsi. Questi generosi, per lor fatto appellar si possono veramente nobili, perocchè esser nobiltà poco o nulla se dal nobil fare disgiunta. Fra tanti certo che si rifulse qual Citerea fra tutte stelle Carlo dei Marchesi Torrigiani. Egli tratto dal suo filantropico sentire, impavido a pericolo anco dei giorni suoi, seco dispose tutto operare in sì tristo momento; imperocchè raccolti tutti i generi che per nutrimento in allora nel suo palagio teneva, montato coi familiari suoi su piccol legno e dato a quelli animo sen giva per Borgo S. Niccolò, compartendo e comperando ancora, dalle prossime taberne generi a nutrimento, provvedendo per tal guisa alimento a molti e molti per fame, guasi languenti. Questi fu sì d'animo, non meno al nobil lignaggio, grande e liberale, a vergogna di tanti patrizi e ricchi, che per gola, sonno ed altri vizi, hanno da lor pietà e tutte virtù sbandite. Salve dunque gentile spirto; e perchè pochi compagni avrai nella tua via, tanto più ti prego a non, deviar dai pietosi intendimenti tuoi.

Ecco giunto io sono a quell'ora in che tristezza e angoscia in me si rinnovellano, già pur pensando pria che incominci a descriver dei Cittadini il miserando stato. Come natura ci rende atti a sentire secondo gli eventi gl'interni affetti, i quali per passione che da ciascun si spicca, non è dato nè col sembiante, nè coi detti celare; talchè lascio a te, o lettore, l' immaginare qual palpiti del cuore, qual mesti accenti si fossero degli abitanti in tale istante, il che mi conviene per tenerezza passare senza costrutto. Già s'udìa il suono della campana annunziare il fine del giorno quando tanti figli sentian dolore, perchè i lor genitori eran nelle case d'onde non potean per l'altezza dell' acqua uscire, e tanti padri eran, punti d'amore per aver lasciati moglie e figli senza nutrimento. Tutti quelli animosi di gran pericolo saliti su legni, o carri, tanto per loro fu fatto che all' ora prima di notte poteron soccorrere ai suoi. Buio di tenebrata notte aveva nascose tutte cose allorquando tante madri, ancora abbandonate, con alto dolce quietavano i piangenti figli: indi sorgeva un silenzio, sol da sospiri e da quel pianto che dolor premendo il cuore elice dagli occhi nostri, interrotto. Elleno divisando che amici, o altri non potessero portar loro del pane, credeano di venir meno nella notte coi propri figli, e certo il lor credere sarebbe venuto intero, se l'Alta Autorità non avesse comandato a tanti che montati su carri avessero portato a queste misere famiglie il necessario alimento.

Cacciate già le tenebre, appariva il giorno, nè pria la stella mattutina d'amore ardente splendé nel nostro orizzonte, nè l'astro che il mondo alluma raggiò nel nostro cielo, ma fosco sì tanto fu tutto quel giorno, che contristava gli occhi e il petto dei Cittadini. Eglino però presero animo vedendo per poco cessata la pioggia, le acque in molte contrade abbassate e in altre ritirate; sicchè la prima ora del giorno a bene sperare, loro era cagione. Intanto la suprema Autorità molti provvedimenti pensava. Ed il Principe, che alquanto lontano, superato ogni ostacolo trovato per l'acqua, venne in Firenze, oltremodo dolente, e pronto provvedere alle estreme bisogne dei sudditi suoi. In allora molti ordinamenti per lui furon dati. Abili sopraintendenti, pronti lavori, operaj in gran numero, talchè in poco d'ora fu fatto ciò che far si potea in sì funesto caso. Nè ciò a maraviglia; poiché, come scriveva un gran filosofo, le mani e la lingua degli uomini essere due nobilissimi istrumenti a nobilitarlo, nè avrebbero condotte le opere a quell'altezza si vedono, se dalla necessità non fossero sospinte. La necessità ora eccita i moti impetuosi dell' animo; per cui si videro in allora fatte tali cose, che un gran maestro d'arte non ne avrebbe immaginato l'effetto.

E per questo inondamento la città tutto quel dì e notte appresso fu in gran pericolo; ma sul mattino del dì seguente l'acqua che era in Città, la Dio mercè, ricorse all'Amo, lasciando tutte le vie, botteghe e volte sotterranee ripiene di. putente braco. E seguendo la detta inondazione, presso la Città verso ponente, assai danni ebbe arrecati; perocchè l'acqua coperse il piano di Legnaja, d' Ognano, di Settimo, Brozzi e tutto il piano di Prato, guastando campi, menando masserizie, olio, grano, assai bestiame e undici annegati. E molti torrenti che di sotto a Firenze mettono in Arno vennero con tanto impeto che rovinarono tutti i loro ponti. E per non procedere troppo lungo, lasciando il contado, e alla città ritornando, solo dirò, se detto infortunio non fu terribile e dannevole come quello del 1331 descritto da Giovanni Villani, sì grandi danni pure ebbe fatti, che troppo lungo e compassionevole sarebbe tutti narrare. Io per ultimo son d'avviso che mercè la Vergine Maria che grande e potente e non men benigna non pur soccorrendo a chi domanda, ma spesse fiate al domandar precorre, ottenne tanto di pietà dal Divin Figlio, che tanto caso pria dell' alba non giungesse; altrimenti quanti avrebbero pianto una morte improvvisa! I Cittadini in tanto in vedendo che nei dì appresso le piogge non cessavano si erano contristati temendo di altro inondamento. Allora si pensò fare umili supplicazioni alla Vergine Madre, che quaggiù fra i mortali di speranza fonte vivace, onde l'Eterno rimuovesse un tanto castigo; e certo i loro voti furono interamente paghi, perocchè tosto rividero i raggi solari illustrare tutte cose belle che l' amor divino ebbe create.

Il pietoso sentire di molti onorevoli Cittadini fu tanto, grande, che generosi sì d'assai dettero sovvenzioni in gran copia ai danneggiati. Queste caritative furono raccolte da benemeriti a tant' uopo destinati per farne equa partizione, giusta i danni sofferti. Ma pria di por fine a questo qualsiasi lavoro, mi è a grado tornare a mio principio.

Levando l'uomo la mente all’Onnipotente, discerne i doni che ad alcuni comparte essere una scintilla dei raggi dell' Eterna sua Luce, per l’Onnipotenza e Bontà nel crear l'anima, trasfusa. Da ciò comprende siccome l'Apostolo abbia scritto, ogni ottimo dato e perfetto dono venga dal Padre dei lumi. Di pietà dunque ed altre virtù ne fa dono a noi mortali a sollievo dei miseri usando, con essi misericordia ed amore, qual pegno di esser chiamati quando che sia a fruire dell' Eterno Amore.

Salve or pietà, e fissando in te mio pensiero mi dai a scriver tanta baldezza, mi levi sì, che son più che io. Santissima cosa è pietà, e non solo degna di riverenza ma di esser con singolar laude commendata, siccome madre di carità e magnificenza, d' odio e d'avarizia nemica. Chi avrebbe il suo vitto diviso con altri, se non per costei Chi comperato col proprio generi ad alimento per donarli a quelli che non ne aveano, se non per costei? Chi avventurata sua vita per soccorrere a tanti infelici, se non per costei? Desiderino gli uomini aver tal virtù che se pietosi soccorreranno agl' infelici, l'animo loro si espanderà in letizia; che se pietosi per alcuni assai ingrati, senza jattanza per lor fatto gioiranno; se partiranno co’ miseri i loro averi, gran mercè li attenderà nel dì delle retribuzioni, talchè mai sempre saran lieti avvisando esser pietà figlia di quell' Amore che mosse la Divina Potestà, la Somma Sapienza e il Primo Amore al grand'atto di creazione e Redenzione".